Immagine presa dal web

1990

Anche quest’anno come ormai da quattro anni, siamo andati a Dubrovnik (Ragusa Vecchia) a passare le vacanze estive. E’ un residence con uno stile ricercato, elegante e dotato di ogni confort, mia madre tramite l’azienda riesce ad avere delle agevolazioni sui prezzi e quindi sceglie ogni anno questo posto magico, in cui passiamo quindici giorni meravigliosi. Vedevamo il mare dal bordo piscina ma non ci scomodavamo a raggiungerlo, avevamo tutto all’interno del residence piscina grande, piccola, acqua dolce e quella salata. L’unico che si allontanava era mio padre aveva la passione per la pesca, passava le sue giornate sul molo vicino a un vecchio faro. Tornava al tramonto con qualche piccolo pesciolino raccontandoci sempre le sue avventure e la perdita, per colpa di non si sa chi, di pesci grossi, lo guardavamo e ridevamo facendo finta di credergli, mia madre gli diceva sempre: “Non ti preoccupare, sono convinta che domani andrà meglio”. Rientrammo a Sarajevo verso la fine di agosto, avevo già tutto pronto, quell’anno iniziavo la prima elementare. Mia madre mi aveva iscritto, a sua detta, presso una delle migliori scuole della città, ero agitata avrei dovuto affrontare delle prove attitudinali, non sapevo bene di cosa si trattasse, ma mio padre mi diceva – Non ti preoccupare, sarai la migliore, sei troppo intelligente, creeranno una classe solo per te”. Ovviamente prendeva in giro mia madre, a volte le piaceva darsi quelle arie aristocratiche alle quali mio padre era allergico, come diceva, gli provocavano l’orticaria. Mio padre da un viaggio in Italia mi aveva riportato uno splendido zaino di Minnie a seguito l’astuccio e quaderni con lo stesso tema, avevo i colori di Giotto, ero orgogliosa perché sapevo che sarei stata una delle poche se non l’unica ad avere roba italiana. Mio fratello, Benjamin aveva festeggiato il suo compleanno in vacanza, aveva compiuto due anni ma la mamma aveva deciso di non mandarlo al nido e di affidarlo a una signora. Eh, lui era arrivato all’età giusta, quella della consapevolezza, della maturità, quella in cui il senso materno si fa sentire forte, mamma aveva trentacinque anni, una stabilità economica, una casa di proprietà con un muto già estinto. Era tranquilla poteva prendere delle decisioni con calma… io invece ero stata spedita al nido a soli cinque mesi, doveva rientrare a lavoro, stava per avere una promozione, pagava un muto, mio padre stava lasciando un lavoro stabile, un posto fisso nella pubblica amministrazione per aprire una filale di un’azienda italiana, la Logos, per realizzare il suo sogno, occuparsi del design degli interni. Con il senno di poi non posso che ringraziarla per avermi “dato responsabilità” a soli cinque mesi di vita. La seconda settimana di settembre cominciai la prima elementare, la classe era al primo piano di un edificio antico, austero, colori scuri, una costruzione appartenente all’impero austro-ungarico, soffitti altissimi, corridoi lunghissimi, pavimento in marmo lucidissimo, sulle pareti quadri dei personaggi più illustri della letteratura e dalla lingua serbo-croata, all’epoca la lingua era ancora quella, tenevo mio padre per mano, lo stringevo forte, mi sentivo più piccola di quello che ero. C’era un silenzio di tomba, le classi avevano le porte chiuse e a malapena si sentiva la voce delle maestre. Tale silenzio veniva stravolto dal rumore dei tacchi di mia madre. Camminava davanti a noi, perfetta come sempre, schiena dritta, orgogliosa del fatto che ero riuscita ad entrare in quella scuola, il mio quoziente intellettivo era all’altezza! Ci fermammo davanti ad un portone, a quel punto lei si girò, mi scrutò, si avvicinò, si accovacciò davanti a me – Sei perfetta, c’è la preside che ci aspetta, ci indicherà la tua classe, sii educata e non dimenticare di stringerle la mano e di esprimerle la tua immensa gioia nel cominciare a frequentare questa scuola. Ti ricordi chi era Silvije Strahimir Kranjcevic? – Sì mamma, poeta e scrittore croato il più importante esponente del Realismo croato.– Brava amore, sono fiera di te. Guardai mio padre – Sei la mia vita non dimenticarlo mai. La porta si aprì su una stanza enorme, questa volta non era il marmo ad essere lucido ma il parquet, sembrava la stanza di una di quelle ville ottocentesche: mobili antichi in legno pregiato, tappeti, quadri di natura morta, ovviamente la gigantografia del poeta dal quale prendeva nome. Dietro una grossa scrivania era seduta una donna minuta, capelli lunghi rossi, occhiali, era assorta nella lettura di qualcosa. -I signori Basic e la loro figlia Almina. -Almina!! Ah sì, sono io Almina. Non ero abituata a questo nome anche se era il mio, nessuno mi chiamava così, mi chiamavano Mima. Da quando tirai i primi calci nella pancia di mia madre lei cominciò a chiamarmi Mima, quando venni al mondo mio padre si rifiutò di andarmi a registrare all’anagrafe con questo nome che in realtà non era un nome ma un nomignolo.  Così al venticinquesimo  girono di vita io per lo stato Jugoslavo non esistevo ufficialmente. E come arrivarono a chiamarmi Almina? Per fortuna mia nonna, la madre di mio padre, ricevette in regalo, da una sua cugina di ritorno dall’Andalusia, una bambola spagnola, ballerina di flamenco, la Bailadora Almina. Ed ecco che mio padre corse al comune per registrarmi, Almina Basic, nata l’8 aprile del 1983 a Sarajevo. – Buongiorno Almina. Tono gelido, distante, disinteressato tipico di una zitella senza figli. –Sei convinta che vuoi frequentare la mia scuola?- Non solo ne sono convinta ma soprattutto onorata. Mia madre mi accarezzo la testa e mi diede due dolci pacche sulla schiena in segno di approvazione e orgoglio. Mio padre era distratto, osservava i quadri e le varie cianfrusaglie sparse per la stanza. – Avete ancora la foto di Tito? Sono quasi dieci anni che è morto, sono dieci anni che si concluso il periodo rosso di dittatura e proibizionismo. Vedo che siete appassionata di cose antiche, ma alcune andrebbero messe nelle soffitte o negli scantinati. Dobbiamo pensare al futuro siamo vicini all’indipendenza, finalmente entriamo nell’era moderna. Lei non rispose, lo trafisse con lo sguardo, si irrigidì ancor di più, penso che ebbe anche una crisi sistolica, il viso era rosso e fece aprire la finestra alla segretaria. Io sorridevo sotto i baffi. Mia madre era imbarazzata e anche molto incazzata, odiava questa sincerità infantile di mio padre, soprattutto in momenti come quelli, e poi lei era “rossa”, iscritta al partito, negli anni più maturi ho capito che lo era solo per convenienza, del regime e della politica capiva ben poco, erano argomenti che poco la appassionavano. Ma all’epoca era importantissimo essere iscritti al partito, concludevi gli studi e il giorno dopo avevi già un posto di lavoro, poco importavano le cosiddette skills. – Prego vi accompagno in classe. Bussammo, entrammo, in un secondo erano tutti in piedi, si elevò un buongiorno degno di quei saluti delle accademie militari. Mi presentai velocemente, la maestra Jasminka, mi fece accomodare in terza fila vicino a un bambino. Era un bambino Rom, si chiamava Muradif, piccolo, di corporatura robusta, era strabico e il suo non era un leggero strabismo di Venere. Gli sorrisi. –Allora Almina, ma che nome particolare! Sei nella classe dei Beta! – Veramente la mamma mi ha iscritto alla prima F. Sorrise. – Il test è andato molto bene l’anno prossimo potresti passare anche agli Alfa, dovrai impegnarti al massimo. Avevo passato una bella mattinata, mio padre mi venne a prendere in macchina non parlammo della maestra, dei compagni ma della preside. Mio padre si mise ad imitarla ed io mi feci buoni venti minuti di risate. Andammo a mangiare nel solito ristornate al centro di Sarajevo, si trovava nella parte vecchia della città, Bascarsija, nella lingua turca significa “mercato principale”, un quartiere a stampo ottomano, era la parte della città che riusciva perfettamente a dimostrare il carattere multietnico di quella Jugoslavia. È riuscita a sopravvivere agli austro-ungarici che volevano sostituire le sue botteghe, han, vicoli e acciottolato con un quartiere progettato secondo i canoni architettonici in voga in quel periodo, ma i cittadini di Sarajevo si opposero a gran voce e la Bascarsija sopravvisse.  Mio padre conosceva quasi tutti gli artigiani di quel quartiere ci fermavamo ogni cinque metri, li osservavo lavorare i materiali più diversi oro, legno, rame, argento e tessuti. Mi piaceva ascoltare le loro storie, gli aneddoti, vecchie canzoni che erano delle poesie. Passavamo davanti alla grande moschea, il bagno turco, la torre dell’orologio ed ogni volta scoprivo sempre qualcosa di più sui loro costruttori, sull’epoca in cui sono state costruite e su come si sono salvate durante le guerre mondiali. Mio padre conosceva la storia della sua amata città in maniera dettagliata. Tornati a casa trovammo mia madre in giardino a leggere qualcosa. -Racconta.. Sei contenta? Ti piace la maestra? I compagni? Cosa avete fatto? – La maestra è molto dolce, tranquilla e simpatica. Abbiamo letto una storia e scritto qualcosa. I compagni sono simpatici. Sono seduta vicino a un bambino Rom. -Rom? Ma…. – Pensa un po’ anche i Rom vanno a scuola, studiano e soprattutto frequentano una scuola rinomata per la sua didattica di alto livello, per i suoi studenti divisi in alfa, beta e gamma i futuri presidenti della repubblica, parlamentari e amministratori di aziende, disse mio padre ridendo ad ogni parola. – Come si chiama il bambino? Chiese mio padre. -Muradif, risposi. -Abbiamo già il nome del futuro Presidente del Consiglio della Bosnia ed Erzegovina, vedi Zlata il quoziente intellettivo non dipende dal colore della pelle, dalla lingua, dal ceto sociale, lo dovresti sapere… Mamma rimase in silenzio non ho mai saputo cosa le era passato in mente in quel momento, ma dalle parole di mio padre avevo inteso che non le apparteneva una grande apertura mentale. I mesi continuarono a passare tra vari impegni, oltre a quelli scolastici si aggiungevano il corso di pianoforte, danza e il corso di inglese. Le vacanze di Natale e la fine dell’anno le passammo in montagna, erano già due anni che sciavo una passione trasmessami da mio padre, per mia madre era uno sport estremo, quindi lei si fermava sotto le piste e costruiva i pupazzi di neve con mio fratello, la nonna e le zie. Eravamo felici su quelle montagne che nel 1984 avevano ospitato le Olimpiadi invernali. Il 1991 si aprì con i migliori propositi e tanti progetti. Alla fine di giugno del 1991 conclusi il primo anno delle elementari ero molto soddisfatta, mi ero impegnata al massimo e anche i miei furono contenti dei risultati conseguiti. Comunque l’anno successivo non sarei passata alla classe degli Alfa, cosa che a me non interessava affatto, mi trovavo bene in classe, avevo stretto una grande amicizia con una bambina di nome Sanja, la madre era slovena e il papà bosniaco Besim Spahic, professore universitario e scrittore, un uomo fantastico molto simile a mio padre. Viveva vicino a casa mia nel quartiere di Nova Breka, costruito negli anni 80 e per tanti un quartiere abitato da persone con la puzza sotto il naso… io non lo vedevo così. Sanja e io passavamo molto tempo insieme, andavamo a piedi a scuola, circa a due chilometri dalle nostre case e tornavamo a piedi, passavamo molti pomeriggi insieme tra compiti e giochi, amavamo tantissimo i Lego, erano la nostra passione. A volte andavamo a trovare sua madre Nina che lavorava nel Museo dei Giochi Olimpici di Sarajevo, ormai lo conoscevo a memoria, ogni foto, ogni nome di sportivi che ci hanno rappresentato nelle varie discipline, e ciò mi rendeva orgogliosa. Quell’ anno non andammo in vacanza, si respirava aria pesante, la politica serba cominciava a minacciare. A settembre cominciai la seconda elementare.  

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