Immaggine presa dal web – Porta di uno dei rifugi antiatomici di Sarajevo

Sono aerei della JNA… probabilmente ci bombarderanno, mio padre ci disse di prendere solo le candele e le coperte. Eravamo una cinquantina di persone. Dovevamo uscire dal seminterrato, fare due rampe di scale, uscire dal palazzo e attraversare la strada. In mezzo ai garage c’era un enorme cancello, che fino a quel momento era stato sempre chiuso. In passato avevo chiesto a mia madre cosa ci fosse dietro, mi aveva detto che c’erano stanzoni pieni di vecchie riviste, giornali e libri del periodo di Tito. Dovevamo salire uno alla volta, uscire dal palazzo e correre il più veloce possibile, oltrepassare il cancello, fare tre rampe di scale, poi scegliere se andare a destra o sinistra, avremmo visto una porta grande, di ferro, spessa circa 30 centimetri. Tutto si svolse in pochi minuti. Mi ricordo che quando arrivò il mio turno ero spaventata, sudavo e avvertivo dei formicoli lungo le braccia e le gambe. Ero consapevole che in quei pochi passi avrei potuto perdere la vita, o comunque essere ferita da qualche granata o proiettile. Mia madre e mio fratello erano già al sicuro, mio padre era l’ultimo della fila, mi girai lui mi guardava, ebbi l’impressione che mi stava fotografando con gli occhi, aveva paura anche lui, poteva essere l’ultima volta, i miei occhi si riempirono di lacrime, non c’era tempo per le cerimonie, per gli abbracci, per le rassicurazioni, dovevamo metterci in salvo rischiando. Mi fece un cenno con la testa, rimasi a guardarlo per qualche altro minuto anch’io volevo memorizzare bene i suoi tratti, gli mandai un bacio. Corsi velocemente per le scale, avevo il cuore in gola, non avevo più nessun pensiero oltre a quello di raggiungere quel cancello. Aprii il portone del palazzo, ora riuscivo a sentire ancora meglio quei terribili suoni, artiglieria leggera mista a quella pesante, aerei che sorvolavano il quartiere a bassa quota, la sirena, sembrava ulullare… contai fino a tre, corsi verso il cancello ad occhi chiusi e con le mani sulle orecchie. Entrai dentro, di nuovo buio, accesi la candela, davanti a me vidi le scale, scendendo cominciai a contarle, ne erano trentaquattro… portavano sotto terra, ad ogni scala sentivo il mio petto restringesi, aprivo la bocca per prendere aria, avevo una sensazione strana, sembrava che qualcosa mi schiacciasse la testa. Mi fermai, non potevo andare avanti… avevo il terrore di quel buio assordante, mi stavo seppellendo da sola, ed ero ancora viva. Dopo pochi minuti mi raggiunse una famiglia che abitava al quarto piano della nostra palazzina. Lui era un ingegnere, lei un insegnante, con loro il figlio Omar che all’epoca aveva sedici anni. Lei mi afferrò il braccio, fu brusca e mi disse che non c’era un’altra scelta. Scesi con loro cercando di ingoiare più aria possibile. Eravamo giunti al corridoio, due porte: una a sinistra e l’altra a destra. Lui ci spinse verso quella di destra, solite superstizioni… Entrammo in un corridoio strettissimo, non illuminato, silenzio, pensai al fatto che non sentivo altre voci, mi preoccupai per gli altri che già avevano lasciato il palazzo e poi ci sarebbero dovute essere anche altre persone dai palazzi vicini. Dopo circa cinque minuti di cammino in fila entrammo in uno stanzone, gli altri erano lì, le voci ora rimbombavano, il pianto dei più piccoli era straziante e nello stesso tempo fastidioso. Vidi mia madre seduta su un pezzo di cartone, mi avvicinai, poggiai la candela per terra vicino a quella sua, le chiesi dove fossero le riviste e i libri, lei rimase in silenzio, alzó le spalle. Ci avevano mentito: non c’erano libri e riviste, ma letti a castello a tre piani, il soffitto era basso, faceva freddo ma si respirava. C’erano i bagni ma con delle grandi buste nere rette da una struttura in plastica. Non potevo credere che avrei dovuto passare la notte lì… e non avrei mai immaginato che quella sarebbe stata la nostra casa per i prossimi tre mesi. Arrivò anche mio padre, il capitano, così lo chiamavano perché era sempre l’ultimo a lasciare la “nave”. Ci portò in fondo allo stanzone, ci disse di occupare i letti, mia madre e mio fratello al primo piano, io e Muamer al secondo e la signora Minka e Mustafa al terzo. Lui ovviamente avrebbe passato le notti e i giorni in caserma, eh sì aveva giurato durante il militare che avrebbe difeso la sua patria in caso di necessità, ma non gli avevano insegnato come proteggersi. I giorni passavano lenti, ad un certo punto non avevamo più la cognizione del tempo, non sapevamo se era giorno o notte. Solamente quando rientravano gli uomini dal fronte potevamo con sicurezza affermare che era giorno o notte. Noi bambini c’eravamo organizzati bene, i più grandi stavano attenti ai piccoli, giocavamo tutti insieme. Le donne erano occupate con la “cucina”, aprire i lunch packet era davvero impegnativo. La notte l’esercito americano lanciava piccoli paracaduti con i famosi lunch packet, gli uomini li raccoglievano e li portavano a noi che eravamo sepolti vivi. All’interno c’era un pacchetto di crackers, una bustina con la polvere per fare il succo, una bustina di burro d’arachidi, una scatoletta con della carne e una bustina di frutta secca mista. Era più che sufficiente per noi che ormai mangiavamo solo per sopravvivere. La cisterna con l’acqua passava una volta a settimana, uscivamo come dei topi di fogna, con le taniche, riempivamo quante più taniche possibili e di nuovo giù. Ho cominciato a perdere i capelli, ero sotto forte stress, mi rilassavo solo quando vedevo nel mezzo del buio pesto quella lucina fioca data da una penna, era mio padre, era sopravvissuto ad un’altra giornata. Veniva per salutarci, per rassicuraci, per chiederci se avevamo bisogno di qualcosa. Un giorno, in preda ad una crisi di nervi, urlai per circa venti minuti, dicendo che avevo bisogno della mia casa, del mio bagno, di un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua che non sapesse di cloro. Gli dissi che i miei occhi avevano bisogno di vedere la luce, i miei polmoni di aria pulita che non sapeva di umidità e tanto altro… lui cercava di stringermi.. non riuscendoci mi prese in braccio con forza, mi portò fuori. Ci misi quindici minuti per aprire gli occhi, mi facevano male, mi bruciavano, tutta quella luce mi dava fastidio. Forse sarebbe stato meglio non aprirli, davanti a me uno spettacolo devastante… il palazzo era diventato uno scolapasta, martoriato da proiettili e schegge, alcuni appartamenti non c’erano più, enormi buchi provocati dall’esplosione delle granate. Era fine giugno e noi ci eravamo rintanati agli inizi di aprile. Fili della luce che penzolavano, tralicci abbattuti, stazionette del gas devastate. Lo guardai, i suoi occhi guardavano l’asfalto anch’esso martoriato… gli chiesi il perché, ma lui mi disse che sarebbe finito tutto a breve e che in agosto saremmo andati al mare in Croazia, e avremmo dimenticato quel periodo orribile. Papà non mi aveva mai mentito, aveva sempre mantenuto le promesse, gli credetti, non c’era motivo per non farlo. Mi calmai e rientrai. Raccontai agli altri bambini quello che avevo visto, ma gli dissi anche che ad agosto saremmo andati tutti al mare. Arrivò il mese di luglio, gli americani non buttavano più i pacchettini, adesso arrivavano una volta al mese degli aiuti della Croce Rossa Internazionale. Mi ero già fatta un film pensando chissà cosa avrebbero portato. Arrivarono gli aiuti e con essi la delusione di una bambina. Olio, farina, riso, fagioli, lenticchie, biscotti secchi della guerra del Vietnam. Abbiamo cominciato a mangiare i fagioli a colazione, pranzo con il riso e cena con le lenticchie, il tutto senza sale. Era il periodo in cui nessuno era iperteso o con problematiche legate al colesterolo. Mio padre aveva perso tantissimi chilogrammi, ormai portava solo l’uniforme: l’unica cosa che gli andava quasi bene, mia madre come tutti noi aveva un vestito per il giorno e il pigiama per la notte. La sera, ogni due giorni, lavava tutto a mano. Avevo dei capelli lunghi all’inizio di tutto questo orrore, ma a luglio me li tagliarono, corti, corti da maschio, per fortuna non c’erano macchinette fotografiche. Tanto continuavo a perderli ed in più c’era un alto rischio di contrarre i pidocchi… evitare era meglio che curare visti i tempi. Nel frattempo l’unica cosa positiva erano quelle venti lampadine che illuminavano uno stanzone con 500 letti. Mio padre con altri amici aveva costruito un generatore di elettricità con una vecchia Fiat 126. Dato che erano 3 stanzoni con venti lampadine ognuno, dovevamo stare attenti a non accenderli tutti insieme… erano stati bravi ma spesso saltava la luce. Tanto mancava poco e poi saremo andati al mare…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...