Mi svegliai, intorno buio totale, le candele si erano spente, sentivo bisbigliare, riconobbi la voce di mio padre. Il mio cuore batteva a tremila, ero felice, lui era tornato come aveva promesso. Lo chiamai, avevo bisogno del suo abbraccio, del suo odore, di sentire i suoi battiti. Mi raggiunse, mi strinse e piangemmo. A un certo punto mi disse di rimanere lì, di stare attenta a mio fratello, lui doveva rientrare a casa con la mamma per prendere alcune cose… dopo un quarto d’ora tornarono, accesero le altre candele. Erano le undici del mattino, la maggior parte ancora dormiva, il buio barbaro li aveva mandati in confusione. Mia madre aveva in mano un bicchiere di succo all’arancia, andò dalla signora Minka e glielo porse, lei la guardò stranita, le disse di bere perché la vedeva troppo bianca, non aveva mangiato nulla e poteva svenire da un momento all’altro. Minka, avvicinando il bicchiere alla bocca, chiese a mio padre che fine aveva fatto il marito. Solo allora notai il viso distrutto di mio padre, invecchiato in una sola notte, gli tremavano le labbra, la fronte era bagnata di sudore, le disse di bere e poi di venire con lui.. lei pensava che l’avrebbe portata dal marito. La portarono dentro casa mia e in quel silenzio terrificante sentimmo solo un urlo di dolore. Il figlio più grande scattò in piedi e si diresse verso la porta, io mi alzai e corsi ad abbracciarlo, lo stesso fecero Maja, Minja, Erna e le altre due sorelle che erano arrivate, Darija e Anelina. In quel momento capimmo che non era solo lui a essere rimasto orfano, lo eravamo anche noi. Conoscevo il padre da anni, erano amici di famiglia, condivideva con mio padre la passione per la pesca, conoscevano tutti i fiumi della Bosnia ed Erzegovina e credo che erano diventati l’incubo peggiore delle trote. Aveva quarantadue anni, un grande lavoratore, padre di famiglia e un vicino gentile e premuroso. Ci raggiunsero di nuovo nello scantinato, a Minka le avevano messo dei sedativi dentro il succo, l’avevano sedata ma non tramortita, lei corse a prendere Muamer, il bambino più piccolo, lo strinse al petto, Mustafa si buttò nelle braccia di mio padre, urlava dal dolore e noi insieme a lui. Non c’erano parole di conforto, non esistevano. Voleva sapere da mio padre se Bade avesse sofferto, mio padre gli disse di no, aveva perso i sensi in macchina, è stato colpito da due schegge della granata esplosa davanti al condominio, lo avevano colpito al petto, gli hanno strappato l’anima. Gli chiese se poteva andare a vederlo, mio padre abbassò la testa e dalla bocca gli uscì un no tremolante, spiegò che lo avrebbero sepolto quel giorno a notte fonda, gli incivili sparavano anche sui cortei funebri e non c’era posto per un’altra tragedia. Le mie orecchie non potevano credere a ciò che sentivano, che razza di persona devi essere per non permettere nemmeno una sepoltura, un ultimo saluto, un fiore sopra la bara. All’improvviso una sirena assordante cominciò a suonare. Mio padre ci fece raccogliere velocemente le coperte… era la sirena dell’allarme antiaereo. Non ci diedero nemmeno il tempo di piangere, di elaborare, di consolare…

Immagine presa dal web

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