5 aprile 1992

Il giorno prima è stato il compleanno della mia amata nonna, un giorno speciale in cui avremmo voluto come sempre cantare, mangiare, spegnere le candele. Niente di tutto ciò accade, nessuno aveva voglia di festeggiare, sui visi dei miei genitori si alternavano le espressioni di preoccupazione, serenità, di nuovo preoccupazione, ottimismo e altro. Non capivo bene cosa stesse accadendo in realtà non capivo la loro preoccupazione, la corsa al supermercato, buste infinite di spesa, forse una ventina di stecche di Marlboro rosse, candele come se dovessimo passare il resto dei nostri giorni chiusi negli scuri scantinati delle palazzine. – Grazie del regalo, disse mia nonna, – ma ora tornate a casa si è fatto tardi, domani vi dovete svegliare presto. La scuola, il lavoro e le altre attività. – Ci vediamo domani sera, rispose mia madre. Non potevamo nemmeno immaginarci che l’avremmo rivista solo sei mesi dopo. Stavo dormendo quando fui svegliata dallo squillo del telefono, mi alzai gli altri dormivano ancora. Dall’altra parte del telefono c’era mio zio, fratello di mia madre. Sembrava incavolato nero con me, non mi chiese nulla se non di passargli mio padre. Mentre andavo in camera dei miei pensavo a cosa avessi fatto per fargli telefonare a casa alle 5:30 del mattino. Mio padre corse al telefono e mia madre lo seguì, con il dito mi indicarono la cameretta, erano mesi che non potevo partecipare a nessuna conversazione. Lasciai la porta socchiusa. La telefonata fu lunghissima, mio padre gli disse che sarebbe andato a casa sua, cercava di rassicurarlo, parlavano di una Marcia per la Pace, poi di barricate che erano state messe nei punti strategici della città. Mia madre nel frattempo aveva acceso la televisione, l’unica cosa che sentii e che non dimenticherò mai fu “RESTATE A CASA”. Mio padre dopo aver agganciato la cornetta, si vestì frettolosamente, disse a mia madre di non uscire e di chiudere tutte le finestre. – Mamma cosa succede? Lei spense immediatamente la televisione. – Nulla di grave, stai tranquilla, ci sono un po’ di tensioni in seguito al referendum sull’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina, alcuni non l’hanno presa bene, ma tutto si risolverà. – Dov’è andato papà? – A casa della nonna, dallo zio, sono un po’ agitati dalla finestra vedono una flotta di gente che sta andando verso il parlamento e ci sono anche dei militari. Mio zio viva insieme alla madre al centro di Sarajevo, vicino al famoso hotel Holiday Inn, in uno dei due grattacieli che lo affiancavano, da lì potevano vedere il palazzo del Parlamento. Mi spiegò che per quel giorno saremmo rimasti a casa e che molto probabilmente avremmo fatto lo stesso anche per i dici giorni successivi. Papà tornò a casa all’ora di cena, il suo viso era bianco, i suoi occhi rossi, pieni di lacrime capii subito che aveva pianto. A tavola parlò apertamente di quello che era accaduto. Ci disse che il corteo era molto pacifico, che ci sono stati vari interventi di personaggi illustri che chiedevano e imploravano la pace e il dialogo.. e poi si sono sentiti degli spari, arrivavano proprio dall’hotel, c’erano degli cecchini della JNA (Esercito Nazionale Jugoslavo). Sono morte due donne sul ponte di Vrbanja Suada Diberovic studentessa di medicina e Olga Sucic (oggi il ponte porta i loro nomi). Mia madre e io eravamo terrorizzate, piangevamo, ci chiedevamo come è potuta succedere una cosa del genere, chi erano questi incivili che hanno ucciso due ragazze, due donne la cui unica colpa era quella di chiedere la PACE. In quel momento iniziò il più difficile compito per i miei genitori, quello di spiegarmi tutto nei minimi dettagli cominciando proprio dalla parola cecchino. Papà mi disse che da quel momento in poi non sarei potuta uscire nemmeno in giardino davanti a casa che non dovevo passare davanti alle finestre se non erano abbassate le tapparelle, che non dovevo aprire la porta di casa e nemmeno chiedere chi c’era dall’altra parte ma guardare dallo spioncino e aprire solo alle persone che conoscevo. Quella notte andai a dormire svuotata, la mia mente vagava e cominciai a darmi dei pizzicotti sulla pancia, ero convinta che stavo sognando che era solo un brutto incubo. Presi dalla culla mio fratello e lo portai nel mio letto, lo strinsi forte, poi lo guardai e provai una sorta di invidia lui era fortunato, non aveva raggiunto ancora l’età della consapevolezza, lui non si rendeva conto di quanto stava accadendo, anzi sarebbe stato anche contento, domani non sarebbe venuta Vildana, la sua tata, mamma e papà non sarebbero andati a lavorare… Sentivo i miei parlare, mia madre era agitata, faceva domande in continuazione, mio padre era ottimista, diceva che nel giro di quindici giorni massimo un mese tutto si sarebbe risolto, il mondo non avrebbe chiuso gli occhi davanti a cose simili. Comunque disse che avrebbe acquistato delle armi, ovviamente per autodifesa, mia madre urlando cercava di esprimere il suo disappunto, ma lui era irremovibile e il suo unico pensiero eravamo noi, non poteva rischiare che qualcuno ci facesse del male. Parlarono anche di soldi, conti bancari che avrebbero dovuto chiudere e portate i soldi a casa, disse anche che li avrebbe sepolti in giardino insieme all’oro. Non faranno mai in tempo a prendere i soldi, le banche il giorno dopo dichiareranno il fallimento. Risparmi di una vita dei cittadini bosniaci andarono in fumo. Papà e mamma avevano dei soldi presso un’agenzia assicurativa… soldi che sarebbero finiti nel giro di pochi mesi per colpa delle speculazioni nei mercati all’aperto 30 uova costavano 70 marchi tedeschi, un chilo di farina dai 20 ai 40 marchi, olio superava i 100 marchi al litro.. per non parlare di prodotti per l’igiene personale. Ed ecco che inizia la nostra lunga quarantena. Il giorno dopo cominciarono le chiusure dei negozi, prima quelli di abbagliamento, poi le profumerie, negozi di elettrodomestici, librerie, tabaccherie, Bascarsija si fermò completamente nel giro di pochissimi giorni. Mio padre era uscito per andare a prenderci le biciclette, tornò a casa solo con il triciclo per mio fratello. Lo guardai, non mi dimenticherò mai il suo sguardo, non disse nulla ma i suoi occhi si erano riempiti di lacrime, mi chiedevano perdono, riuscii a percepire la sua anima dolorante. Gli dissi che non importava che avevo ancora la mia bici rosa e che Benjamin era quello che non aveva niente. Lui mi abbraccio e mi promise che quando avrebbero riaperto me ne comprava una grande la più bella del negozio. Gli accarezzai il viso e gli dissi che gli volevo bene. Rimanemmo a lungo abbracciati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...