Entrarono tutte 3 nella mia stanza cantando Tanti auguri a te, era aprile del 1992, mia madre in mano aveva una torta fatta da lei, prima di quel giorno non sapeva nemmeno leggere una ricetta. C’erano 9 candeline, mi dissero di esprimere un desiderio e di soffiare… non feci in tempo, un boato fortissimo si sentì, il rumore di vetri che andavano giù, le grida dei nostri vicini che si precipitavano fuori dalla loro case per andarsi a rifugiare nello scantinato del palazzo. Mio padre corse in salotto cominciò a prendere tutti i materassi che c’erano in casa. Abbasso le tapparelle e poi mise i materassi sulle finestre. Mia madre di corsa ci mise le tute senza nemmeno toglierci i pigiami. Aprimmo la porta, noi fortunatamente abitavamo al pianoterra e dallo scantinato ci separava una rampa di scale. Trovammo tutti i vicini ammassati ricordo ancora il terrore che incontravo nei loro sguardi. Lo scantinato era sotto terra non aveva finestre ed era un lungo corridoio con 10 box di circa 7 metri quadrati ognuno. Appartenevano ai proprietari degli appartamenti venivano usati come ripostigli, pieni di cose che non venivano utilizzate, qualcuno ci aveva riposto gli sci, slittini, biciclette, ecc.. Continuavano a bombardare le esplosioni si susseguivano, artiglieria pesante. Noi bambini eravamo in quattro, mio fratello e io e poi c’erano altri due bambini, due fratelli Muamer, 3 anni e Mustafa 16. Dopo un’oretta vidi mio padre entrare con due signore e tre bambine. Portò le bambine nel nostro box, disse a mia madre di andare a prendere altre coperte, acqua e qualcosa da mangiare. Erano spaventatissime tremavano, mi spostai per fare posto sul materasso messo per terra da mio padre, le copri con la mia coperta. Maja e Minja erano sorelle e con loro la cugina Erna. Erano poco più grandi di me. Maja cominciò a raccontare, venivano da un quartiere a circa 10 chilometri dal mio, Grbavica. Sono scappate, hanno lasciato la loro casa, una famiglia molto benestante e conosciuta a Sarajevo. Erano arrivate le Aquile Bianche, uomini di Arkan, uomo che poi sarebbe stato condannato per crimini di guerra. Erano entrati a casa loro, hanno preso tutto e la cosa peggiore hanno bruciato tutte le foto, hanno distrutto anni e anni di ricordi. Le avevano picchiate e forse avrebbero fatto peggio se non fossero intervenute le forze paramilitari bosniache, uomini che si sono improvvisati militari pur di salvare vite. Hanno corso per chilometri e poi sono state accompagnate dalla Croce Rossa. In realtà non conoscevano nessuno del mio quartiere ma sono state portate nella parte più vicina al luogo dove si trovavano in quel momento. Mia madre portò l’acqua e quello che aveva preparato per pranzo. In quel momento il padre dei due fratelli uscì dallo scantinato, anche lui voleva andare a prendere qualcosa da mangiare così potevamo avere più cose da CONDIVIDERE, dopo poco sentimmo un altro tremendo boato, questa volta la granata era caduta molto vicino.. dopo pochi attimi sentii urlare il nome di mio padre, mi alzai corsi fuori vidi mio padre correre per le scale, corsi dietro a lui che non se ne accorse nemmeno. Non dimenticherò mai ciò che trovai sul pianerottolo del primo piano, signor Bade era riverso a terra, i nostri occhi si incontrarono, riconobbi il terrore nei suoi occhi, mio padre si accorse di me e mi gridò di tornare immediatamente giù, ero paralizzata non riuscivo a muovere niente, vedevo il sangue che cominciava a scendere lungo il primo scalino. Non riuscivo nemmeno più a sentire mio padre… ero completamente isolata… dopo qualche minuto tornai in me e sentii mio padre che mi chiedeva di andare a prendere una coperta, un piumone qualsiasi cosa dove poteva avvolgerlo. Mi girai corsi giù entrai in casa e presi il piumone dal letto dei miei. Mio padre non mi fece risalire a metà scale prese il piumone, mi disse di tornare nello scantinato di non dire niente a nessuno, lui lo avrebbe portato in ospedale. L’ospedale era a quattro minuti di macchina. Avevo paura non avrei voluto lasciarlo andare, ma anche il signor Bade era un padre. Lo abbracciai e lui mi disse che sarebbe tornato. Mi asciugai le lacrime e scesi. Nessuno si accorse di niente, erano tutti troppo preoccupati per stare ad analizzare me, nemmeno mia madre, era lì che provava a dar da mangiare a mio fratello che era infastidito da tutti quei rumori. Mi rimisi sul materasso, appoggiai la testa al muro, non riuscivo a togliermi dalla mente quell’immagine. Speravo solo nel ritorno di mio padre e nella salvezza del signor Bade. Non sapevo pregare, non sapevo nemmeno a quale religione appartenevo. A casa mia non si è mai parlato di religione, sapevo che Sarajevo era una piccola Gerusalemme dove convivevano quattro etnie, ortodossi, cattolici, musulmani ed ebrei ma a casa mia non se ne parlava o meglio non ci si dichiarava, per mio padre eravamo tutti uguali con un unico Dio, diceva sempre che l’unica cosa che contraddistingueva le persone era l’empatia. Mia madre invece mi trasmetteva il principio di uguaglianza festeggiando il Natale cattolico, il Natale ortodosso, Aid musulmano e la Pesah (Pasqua) ebraica. Maja mi abbracciò e mi chiese di giocare a carte. A quel punto si avvicinarano anche gli altri bambini più grandi. Giocai a carte con la mente altrove. Passavano le ore, guardai l’orologio che Musatfa portava al polso erano passate le nove di sera, le granate continuavano a cadere, le nostre orecchie si erano quasi abituate a sentirle. Mia madre era agitata, ma voleva nascondere la sua preoccupazione e continuava a cantare le canzoncine a mio fratello. Sapevo quali erano i suoi pensieri, si chiedeva dove fosse finito mio padre non sospettando nemmeno quello che era accaduto. Verso le undici se ne andò la luce, fummo inghiottiti dal buio pesto, i bambini piccoli dormivano. Mia madre andò a prendere quelle centinai di candele che avevano comprato, e luce fu. Non so a che ora mi addormentai ma alla fine crollai, ero distrutta da tutte le emozioni che avevo vissuto in poche ore. Mi ero anche dimenticata di aver compiuto gli anni quel giorno. Invece dei regali sono stata derubata, quel giorno mi hanno rubato l’infanzia. Mi avevano messo davanti alla realtà che gli uomini si dividono in due categorie: i buoni e i malvagi.

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